Economia di Redazione , 11/04/2021 12:30

Cgia: Causa Covid quasi un'impresa veneta su due è a rischio

Impresa

Sebbene entrambi le percentuali siano leggermente al di sotto della media nazionale, a causa della crisi economica legata al Covid sono ad alto e medio-alto rischio operativo quasi il 50 per cento delle imprese venete; realtà che danno lavoro a poco più del 30 per cento degli addetti presenti nella nostra regione. La denuncia è sollevata dall’Ufficio studi della CGIA dopo aver letto i dati presentati nelle settimane scorse dall’Istat.

A livello territoriale il rischio tenuta investe, in particolar modo, tutto il litorale adriatico, che va da Bibione fino a Rosolina Mare, l’Altopiano di Asiago e i comuni del Garda. Tutte realtà che vivono quasi esclusivamente di turismo. L’Ufficio studi della CGIA precisa che questo 50 per cento circa di aziende venete in seria difficoltà ha manifestato  forti perdite di fatturato, ha denunciato di non avere una strategia di risposta alla crisi e prevede seri rischi operativi.

ECCO LE RISPOSTE DELLA CGIA

Stop alle tasse e rimborsi più pesanti

Per aiutare seriamente chi si trova in difficoltà, il Governo deve abbandonare  la politica dei micro aiuti attuata fino adesso, sostituendola con misure straordinarie in grado di mitigare gli effetti negativi che la crisi pandemica sta producendo. Vista l’urgenza, secondo l’Ufficio studi della CGIA è necessario, ad esempio, “applicare” per l’anno in corso il lockdown alle tasse erariali ed erogare rimborsi più pesanti rispetto a quelli distribuiti fino ad ora. Gli artigiani mestrini stimano in altri 80 miliardi di euro le risorse che il Governo dovrebbe mettere in campo a livello nazionale entro la fine di luglio per salvare le attività economiche colpite dalla crisi pandemica. Salvo l’avvento di nuove varianti, grazie alle condizioni climatiche e alla campagna vaccinale, molto probabilmente in piena estate  dovremmo essere quasi definitivamente tornati alla “normalità”, ovvero alla situazione pre Covid.

Il lockdown alle tasse costerebbe 28 miliardi

Per evitare che i sostegni che verranno erogati nei prossimi mesi alle imprese siano utilizzati da quest’ultime per pagare imposte e contributi, è necessario “imporre” il lockdown alle tasse erariali, consentendo alle partite Iva e alle piccole imprese di risparmiare  quest’anno attorno 28 miliardi di euro. Un importo di dimensioni importanti che, ovviamente, potrebbe essere ridimensionato consentendo l’azzeramento del peso fiscale solo alle attività con ricavi al di sotto di una certa soglia o sulla base della perdita di fatturato. Questo mancato gettito di 28 miliardi è stato stimato ipotizzando di consentire a tutte le attività economiche con un fatturato 2019 al di sotto del milione di euro di non versare per l’anno in corso l’Irpef, l’Ires e l’Imu sui capannoni. Queste aziende, che ammontano a circa 4,9 milioni di unità (pari all’89 per cento circa del totale nazionale), dovrebbero comunque versare le tasse locali, in modo tale da non arrecare problemi di liquidità ai Sindaci e ai Presidenti di regione. Alleggeriti dal peso di un fisco spesso ingiusto, per un anno vivrebbero con meno ansia, meno  stress e più serenità. Non solo, ma con 28 miliardi risparmiati metteremo le basi per far ripartire l’economia del Paese.

50 miliardi per rimborsi e la copertura dei costi fissi

Il Premier Draghi l’ha dichiarato nelle settimane scorse: "Questo è un anno in cui non si chiedono soldi, ma si danno". Un’affermazione condivisibile che l’Ufficio studi della CGIA invita ad attuare in tempi ragionevolmente brevi. Oltre all’azzeramento delle tasse, auspica che l’esecutivo metta sul tavolo almeno altri 50 miliardi di euro entro luglio che consentano di rimborsare in misura maggiore le perdite subite dalle aziende e  permettano di compensare anche una buona parte dei costi fissi sostenuti. Modalità, quest’ultima,  che la Francia e la Germania hanno applicato da alcuni mesi, avendo recepito le nuove disposizioni introdotte  dall’UE in materia di aiuti di stato alle imprese. Costi, quelli fissi (come gli affitti, le assicurazioni, le utenze, etc.) che, nonostante l’obbligo di chiusura e il conseguente azzeramento dei ricavi, le attività economiche continuano purtroppo a sostenere.