Attualità di Redazione , 22/10/2026 14:45

Il Forum Economico Eurasiatico di Verona torna a Istanbul

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Il Forum Economico Eurasiatico di Verona torna a Istanbul un anno dopo l’impegno, assunto proprio qui, di proseguire il dialogo per costruire nuovi ponti tra sponde distanti. Istanbul è oggi un luogo ideale di incontro in un mondo in profonda mutazione, capace di riunire e non separare, di creare e non distruggere. Lo conferma la significativa partecipazione: esponenti governativi e istituzionali turchi, con un incremento delle imprese del Paese ospitante, e personalità da più di trenta Paesi, tra cui, per la prima volta in 19 anni, gli Stati Uniti, accanto alla Russia, sempre presente. Il Forum è una piattaforma di dialogo aperta a tutti, senza discriminazioni o preconcetti, indipendentemente dall’appartenenza geopolitica o ideologica.

“Alla scelta di Istanbul, ”- dichiara Antonio Fallico, Presidente dell’Associazione Conoscere Eurasia - "facilmente raggiungibile e con l’aeroporto più connesso d’Europa, si aggiunge il ruolo sempre più tangibile della Turchia. L’Unione Europea resta il suo principale partner commerciale, con 217,6 miliardi di euro di interscambio nel 2025; Germania, USA e Gran Bretagna sono i primi mercati di esportazione; la Cina è dal 2024 il primo fornitore estero, con 44,9 miliardi di dollari; con la Russia, di cui la Turchia è uno dei partner principali, l’obiettivo è di 100 miliardi annui di scambi. Sul piano geopolitico l’influenza di Ankara si è rafforzata ancora, dal Mediterraneo Orientale ai Balcani, dal Medio Oriente al Caucaso. Ne sono segno il ruolo su Gaza e Siria, la posizione equilibrata nel conflitto del Golfo Persico, la normalizzazione con l’Armenia e, da ultimo, la nuova alleanza con Arabia Saudita e Pakistan.

La Turchia resta pilastro della NATO, ma sviluppa solidi rapporti anche con Russia, Cina e India, è ospite dei BRICS e della Shanghai Cooperation Organization e partecipa al G20. I suoi successi derivano dall’autonomia strategica: non adattarsi passivamente ai cambiamenti globali, ma influenzarli in modo mirato, grazie a un’industria della difesa altamente tecnologica e a un sistema flessibile di alleanze. Ne sono esempio le iniziative sull’Ucraina, accolte dalle parti proprio perché vengono da Ankara, che hanno permesso di mantenere i contatti con Mosca, rifiutare la politica sanzionatoria e consolidare l’influenza turca. La Turchia è così una prefigurazione del mondo multipolare in fieri: non due o più poli di spessore paragonabile, ma una pluralità di poli di calibro differente, capaci di far valere i propri interessi.

Il contesto internazionale è segnato da conflitti tariffari e commerciali sempre più aspri e dalla guerra in Iran e nel Golfo Persico, con ricadute dirette su economia, finanza e commercio mondiale. Dopo l’attacco del 28 febbraio gli obiettivi militari e politici degli USA non sono stati raggiunti: l’Iran non è stato sconfitto e la resistenza supera ogni attesa. Ma l’operazione è fallita anche su altri versanti? Non è altrettanto sicuro. Le major petrolifere americane hanno registrato nel secondo trimestre un profitto di 45,8 miliardi di dollari, secondo Bloomberg; l’Arabia Saudita, secondo l’economista Robin Brooks, aumenterà le entrate di circa 60 miliardi; i concorrenti del Golfo sono stati colpiti; gli USA hanno ritrovato il controllo delle risorse del Venezuela e il Golfo perde l’immagine di luogo tranquillo e lucrativo. Dietro la facciata di tuoni e lampi si celano affari concreti: alcuni Paesi cedono alla pressione, mentre con Cina e India i negoziati sono più cauti, e un nuovo accordo sulla Groenlandia concede agli USA possibilità supplementari, anche militari. L’Unione Europea, che dipende dagli USA per le forniture di gas e petrolio e paga le forniture belliche americane all’Ucraina, è politicamente emarginata dai grandi dossier. In America Latina il predominio americano passa dalla forza o dalle elezioni, come si vedrà il 25 ottobre in Brasile.

Con questo schema coesistono i BRICS: non contro l’Occidente, ma senza l’Occidente. È un modello senza precedenti, non gerarchico, volontario e consensuale, in cui coesistono Paesi con visioni divergenti, come India e Cina, Iran ed Emirati Arabi Uniti e, da poco anche Egitto ed Etiopia. Si può supporre che l’appartenenza abbia facilitato il lento avvicinamento tra India e Cina, di cui è simbolo la visita di Xi Jinping a New Delhi al vertice di settembre. L’adesione ai BRICS è inoltre una forza in più nei negoziati con Washington, che procedono con fatica: tregua commerciale con la Cina estesa solo al gennaio 2027, trattative con l’India al plateau. Con la sola loro esistenza, i BRICS sono un fattore stabilizzante e di difesa degli interessi del Sud Globale in un mondo sempre più in preda all’arbitrio, con nuovi focolai (Pakistan-Afghanistan, Etiopia-Eritrea) e conflitti mai spenti (Sudan, Gaza, Libano, Ucraina).

Il messaggio finale è un appello alle imprese. Per nascere in modo pacifico, egualitario e inclusivo, il mondo multipolare, già prefigurato da BRICS, Shanghai Cooperation Organization e Unione Economica Eurasiatica, richiede l’impegno dei Paesi che vi aderiscono e di tutti, soprattutto delle aziende, che debbono imporre le esigenze dell’economia e il benessere dell’uomo alla sovrastruttura politica, governativa e amministrativa".

È la genuina missione umanistica della diplomazia del business.