Attualità di Redazione , 01/09/2026 12:00

Lega: "Via Monti, sfrattata la moschea"

Zavarise

«Da mesi avevamo segnalato la presenza di una moschea abusiva in via Monti 9 e in quell’immobile il locale autorizzato come negozio veniva utilizzato come centro di preghiera islamica. E la stessa relazione dei tecnici comunali usciti su nostra insistenza definisce quell’utilizzo difforme dalla destinazione d’uso assentita».

A parlare sono Nicolò Zavarise, consigliere comunale della Lega, Tommaso Savoia, consigliere della Settima Circoscrizione, e Paolo Borchia, segretario provinciale della Lega di Verona e Capodelegazione Lega al parlamento europeo, che intervengono sulla vicenda del centro di via Monti 9.

«Per mesi – proseguono – abbiamo insistito perché su questa vicenda non ci si limitasse alle dichiarazioni, alle rassicurazioni o alle definizioni formali di “centro culturale”. E con il sopralluogo del Controllo Edilizio Comunale, i tecnici hanno accertato che l’ambiente indicato come “negozio” era utilizzato come moschea e che questo utilizzo non corrispondeva alla destinazione d’uso assentita».

Per Zavarise, «l’utilizzo di un immobile per una funzione che, come accertato dagli stessi uffici comunali, non corrisponde alla destinazione d’uso autorizzata non poteva essere tollerato. Non ci si può continuare a nascondere dietro l’etichetta di “centro culturale” per far finta che il problema non esista, come troppo spesso sentiamo fare agli esponenti di questa Amministrazione, quasi che, quando si tratta di realtà islamiche, le regole possano improvvisamente diventare più elastiche e qualsiasi irregolarità possa essere tollerata in nome dell’integrazione. Noi non accettiamo questa logica. A Verona le regole devono valere per tutti, senza zone franche né corsie preferenziali. Noi, a differenza della sinistra, abbiamo una linea chiara: non vogliamo moschee a Verona, tantomeno quando vengono realizzate abusivamente, di nascosto e in modo difforme rispetto alla destinazione d’uso autorizzata».

«Quando abbiamo sollevato la questione – aggiunge Savoia – abbiamo chiesto semplicemente che venissero fatte le necessarie verifiche. La relazione comunale ha certificato che il negozio veniva utilizzato come moschea e oggi, con lo sfratto degli affittuari, si ristabilisce finalmente una situazione di maggiore correttezza e rispetto delle regole. Come Lega abbiamo fatto il nostro dovere: sollevare il problema e chiedere che venisse affrontato. Oggi, finalmente, la questione è risolta, con buona pace della sinistra che ha provato fino all’ultimo a difendere l’indifendibile, gettando fango su di noi, che abbiamo solo chiesto di far rispettare le regole».

«La libertà religiosa – sottolinea Borchia – non può diventare un alibi per evitare di applicare la normativa. Il diritto di pregare non significa poter trasformare qualsiasi immobile in un luogo di culto. La pubblica amministrazione deve verificare i fatti e applicare le norme, senza sconti e senza eccezioni. Purtroppo, da quasi cinque anni siamo abituati ad assistere, quando si parla di alcune comunità religiose, non soltanto a un atteggiamento lassista, ma talvolta anche a una vera e propria esaltazione istituzionale. Basti pensare all’Iftar organizzato in Gran Guardia, presentato con toni che sono sembrati più una celebrazione della religione musulmana che un semplice momento istituzionale di dialogo e convivenza. La prossima amministrazione cambierà completamente approccio: rispetto per tutti, ma nessun trattamento di favore».

I tre esponenti della Lega rivendicano quindi il ruolo avuto nella vicenda: «Se non avessimo insistito e continuato a porre la questione all’attenzione dell’Amministrazione, probabilmente oggi saremmo ancora alle discussioni sulla definizione da dare a quel centro. A Traguardi e a chi, all’epoca, ci accusava di fare una polemica “pretestuosa e infondata”, oggi chiediamo semplicemente di rileggersi le proprie dichiarazioni – attaccano Zavarise, Savoia e Borchia –. Ci avevano accusato di voler “screditare i processi di integrazione”, di agitare paure e perfino di fare “campagna elettorale sulla pelle di persone perbene”. Oggi i fatti hanno accertato che la nostra “denuncia” era fondata. Quindi, prima di dare lezioni di etica e morale, forse sarebbe stato meglio pensarci due volte. Le regole devono valere per tutti, anche quando qualcuno preferirebbe non occuparsi del problema.»