Attualità di Redazione , 13/03/2026 15:13

“Nelle tue mani”, il docufilm del Dicastero per la Comunicazione Vaticano con Progetto Arte Poli

ArtePoli

C’è un sapere che non coincide soltanto con la tecnica, una conoscenza che non si esaurisce nella prestazione, una forma di intelligenza che abita il gesto, il tempo, la cura, la relazione con la materia. È da questa consapevolezza che prende forma “Nelle tue mani”, il docufilm prodotto dal Dicastero per la Comunicazione della Santa Sede, presentato giovedì 12 marzo nella Sala San Pio X di via della Conciliazione, a Roma. Firmato dalla giornalista Fausta Speranza e diretto da Stefano Gabriele, il documentario si propone come una riflessione profonda sul valore della creatività e della manualità umana nell’epoca delle grandi trasformazioni tecnologiche. In questo orizzonte, Progetto Arte Poli assume nel racconto un ruolo particolarmente significativo: non semplicemente come luogo di produzione artistica, ma come testimonianza concreta di una tradizione viva, in cui il lavoro delle mani continua a custodire memoria, visione, disciplina e bellezza.

L’immersione nel laboratorio di Verona, dove sopravvivono e si rinnovano tecniche preziose della tradizione artistica italiana, restituisce infatti l’immagine di un fare che non separa la competenza dall’interiorità, il mestiere dalla responsabilità culturale. In Progetto Arte Poli, la manualità si manifesta come linguaggio pienamente umano: un atto di intelligenza incarnata, capace di dare forma alla materia senza mai ridurla a semplice funzione.

Il docufilm si apre idealmente nel solco di una memoria alta, quella del messaggio che Paolo VI rivolse agli artisti l’8 dicembre 1965, al termine del Concilio Vaticano II, riconoscendo loro una speciale vocazione a rivelare la dimensione spirituale della realtà. È da quella intuizione che il film trae ispirazione, interrogando il presente alla luce di una domanda decisiva: quale spazio resta all’umano in un tempo dominato dalla velocità, dall’automazione, dalla riproducibilità tecnica e dalla crescente pervasività dell’intelligenza artificiale?

Ad aprire la presentazione romana è stato Paolo Ruffini, Prefetto del Dicastero per la Comunicazione, che ha richiamato con forza il valore del processo creativo come esperienza di relazione, di attesa, di pazienza e di senso. In un’epoca che tende a misurare tutto sulla rapidità e sull’efficienza, Ruffini ha ricordato come sia spesso la lentezza, e non la velocità fine a sé stessa, a generare bellezza. Un passaggio che illumina in modo particolare l’esperienza di Progetto Arte Poli, dove il tempo del fare non è un ostacolo da comprimere con automazioni industriali, ma una dimensione essenziale della qualità, della profondità e dell’autenticità dell’opera.

Nel corso dell’evento è intervenuto anche il Presidente della Camera dei deputati, Lorenzo Fontana, che ha sottolineato come l’intelligenza artificiale non debba essere guardata con timore, a condizione che l’uomo sappia custodire la propria identità più profonda, fatta di corpo, anima, percezione, conoscenza e capacità creativa. Una riflessione che si accorda pienamente con il cuore del documentario: la tecnologia può essere strumento, ma non principio generatore di significato; può assistere, ma non sostituire il nucleo originario dell’esperienza umana, là dove nascono il giudizio, l’intenzione, l’intuizione, la responsabilità. In questo senso, la presenza di Progetto Arte Poli in “Nelle tue mani” assume un valore emblematico. Il laboratorio veronese diventa nel film il luogo in cui si rende visibile un patrimonio immateriale che appartiene non solo alla storia dell’arte, ma alla civiltà stessa del lavoro umano: il passaggio dei saperi tra generazioni, il rapporto tra mano e pensiero, la fedeltà a una tradizione che non si limita a conservare, ma continuamente rigenera.

È qui che il fare artistico rivela la propria natura più alta: non mera esecuzione, ma interpretazione; non ripetizione, ma forma di conoscenza; non automatismo, ma libertà. Il documentario intreccia a questa testimonianza i contributi di autorevoli voci provenienti da ambiti diversi — tra cui lo psichiatra Tonino Cantelmi, la teologa Linda Pocher e lo storico Gabriele Rigano — componendo un quadro ampio e stratificato sul rapporto tra creatività, tecnica, coscienza e trascendenza. Il videomessaggio del Ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso ha inoltre richiamato la necessità, di fronte alle trasformazioni in atto, di mantenere saldo il principio della centralità della persona.

Particolarmente eloquente è anche il modo in cui il film restituisce il significato della mano: non soltanto strumento operativo, ma luogo simbolico e reale dell’incontro fra pensiero e materia, fra intuizione e forma, fra interiorità e mondo. La mano, suggerisce “Nelle tue mani”, non è un residuo arcaico da superare, ma uno dei segni più alti della dignità umana. Nella mano che plasma, restaura, accarezza, custodisce e crea, si manifesta infatti una qualità che nessun algoritmo può replicare pienamente: la capacità di agire con intenzione, di assumere responsabilità, di trasformare la materia in espressione.

Dopo la proiezione, la tavola rotonda “Rivelazione digitale” ha approfondito ulteriormente questi temi, ponendo al centro il valore insostituibile del passaggio di testimone tra generazioni e la necessità di riconoscere, anche nel confronto con l’innovazione, la specificità irriducibile dell’esperienza umana. È in questa prospettiva che il docufilm sembra delineare un autentico umanesimo delle mani: un umanesimo nel quale la bellezza non è ornamento, ma forma della verità; non accessorio, ma linguaggio capace di custodire la fragilità e di unire tempi, culture e persone.

Per Progetto Arte Poli, la partecipazione a “Nelle tue mani” rappresenta dunque molto più di una presenza narrativa: è il riconoscimento di una missione culturale. In un passaggio storico in cui il rapporto tra uomo e tecnologia esige discernimento, profondità e visione, il laboratorio veronese testimonia che il futuro non può essere costruito senza memoria, senza mani, senza esperienza, senza quella lentezza generativa da cui soltanto può nascere un’opera capace di durare.